Venerdì 24 luglio presso l’Area Spettacoli Corelli, il Comune di Pinerolo – in collaborazione con Piemonte dal Vivo – porta in scena “In nome del padre” spettacolo di Mario Perrotta scritto con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati.
Un padre. Uno e trino. Niente di trascendentale: nel corpo di un solo attore tre padri diversissimi tra loro per estrazione sociale, provenienza geografica, condizione lavorativa. Sulla scena li sorprendiamo ridicoli, in piena crisi di fronte al “mestiere più difficile del mondo”. I figli adolescenti sono gli interlocutori disconnessi di altrettanti dialoghi mancati, l’orizzonte comune dei tre padri che, a forza di sbattere i denti sullo stesso muro, si ritrovano nudi, con le labbra rotte, circondati dal silenzio. E forse proprio nel silenzio potranno trovare cittadinanza le ragioni dei figli.

uno spettacolo di Mario Perrotta – consulenza alla drammaturgia Massimo Recalcati
collaborazione alla regia Paola Roscioli; aiuto regia Donatella Allegro; costumi Sabrina Beretta; musiche Giuseppe Bonomo, Mario Perrotta; allestimento tecnico Emanuele Roma, Giacomo Gibertoni
foto Luigi Burroni; progetto grafico Fabio Gamberini; organizzazione Permàr; in collaborazione con DUEL

Biglietti
Biglietto unico € 10
acquistabile presso Ufficio del Turismo di Pinerolo, Via Duomo, 1 (fronte Palazzo del Comune) Telefono: 0121.795589. Da martedì a venerdì dalle 9.00 alle 14.00. Sabato dalle 9.30 alle 15.30. La seconda domenica di ogni mese dalle 14.00 alle 17.00
Biglietti in vendita anche la sera dello spettacolo a partire da un’ora prima e su https://www.vivaticket.com/.it

———–

Note dell’autore:
Mi ritrovo da solo, a braccia appese, in una stanza di casa a pensare che, da molto tempo ormai, mi assediano la mente suggestioni e pensieri su progetti futuri e nessuno di loro prende corpo come dovrebbe: li trovo fragili, non necessari al mio sentire di oggi, nonostante stiano lì da parecchio a maturare, a macerare direi. Poi, d’improvviso – ma chissà da quanto chiedeva udienza e io non ero pronto ad ascoltare – l’idea, quella giusta, quella urgente, arriva di forza al centro del corpo, non alla mente, pervade la carne e mi scuote da un’attesa fin troppo lunga. Se nel 2007 con Odissea avevo chiuso i conti con l’essere figlio, adesso e da cinque anni sono padre, una parola che mette con le spalle al muro e riempie il mio quotidiano di nuove sfide e di nuove domande. E penso che ho una responsabilità enorme nei confronti di mio figlio, e che ho bisogno, come sempre, di ragionarci a fondo attraverso gli unici strumenti che riconosco miei: la ricerca drammaturgica, la scrittura, la messa in scena, l’interpretazione.

E mi vengono in mente le mie conversazioni con Massimo Recalcati sulla questione, e mi viene in mente che vorrei coinvolgerlo: lo chiamo, gli racconto tutto e Massimo mi dice di sì, che gli piace e che faremo il progetto insieme. E mi viene in mente che un padre si sostanzia nel suo confronto – anche mancato – con la madre e che essi, padre e madre, sono tali solo perché di fronte a loro esistono, inflessibili, i figli.
E mi viene in mente che il nuovo millennio ha portato con sé lo stravolgimento totale di questa triade “padre – madre – figli” alterando le fattezze di ruoli che parevano immutabili nei secoli. Eccolo lì tutto d’un tratto il prossimo lavoro: prima un solo spettacolo, ma nel tempo di un pomeriggio è già trilogia, è progetto complesso, articolato, così come mi piace e mi serve fare da una decina di anni a questa parte. E dunque partirò dall’oggi, da queste mutazioni genetiche goffe, incerte, malvestite dai rispettivi interpreti, per spogliarli progressivamente del quotidiano e riportarli, nudi, all’essenza delle loro relazioni, esse sì immutabili nel loro continuo procedere per scontri e incontri, a prescindere da come i soggetti in causa – quelli di un tempo e quelli di oggi – interpretano i singoli ruoli. Uno sguardo sul presente, il mio presente, per indagare quanto profonda e duratura è la mutazione delle famiglie millennial e quanto di universale, eterno, resta ancora.
Mario Perrotta

Il nostro tempo è il tempo del tramonto dei padri. Ogni esercizio dell’autorità è vissuto con sospetto e bandito come sopruso ingiustificato. I padri smarriti si confondono coi figli: giocano agli stessi giochi, parlano lo stesso linguaggio, si vestono allo stesso modo. La differenza simbolica tra le generazioni collassa. Il linguaggio dell’arte – e in questo progetto di Mario Perrotta che ho scelto di accompagnare, il linguaggio del teatro – può dare un contributo essenziale per cogliere sia l’evaporazione della figura tradizionale della paternità, sia il difficile transito verso un’altra immagine, più vulnerabile ma più umana, di padre.
Massimo Recalcati